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16 de Noviembre, 2005


cinema y fascismo,( italiano)

 

Hollywood in camicia nera

(Silvia Tomasi)

 

Al di là della «genuflessioncella d'uso» al regime, il cinema italiano fra anni Trenta e primi anni Quaranta si articola in due filoni: l'uno storico-mitico, teso a rinfocolare l'orgoglio patrio, l'altro incline alla commedia, trasfigurazione edulcorata della vita reale.

Preadappio è sicuramente una città «a forte pulsazione immaginifica». Basta l'evocazione di questo nome e subito si scatena una memoria emotiva, storica, nostalgica o di rivalsa verso il fascismo. Romagna, «terra del Duce», si diceva durante il Ventennio. Ma oggi, in questo paese di collina a una dozzina di chilometri da Forlì, retto da una giunta di sinistra, il vecchio slogan assume un nuovo significato.
Un'eredità così ingombrante non è
certo facile da gestire per una città, ma Predappio ha fatto proprio del periodo fascista il suo punto di forza e il centro della propria riflessione e rielaborazione per tutta la memoria nazionale. Ne è nato un intenso programma di iniziative fra cui il progetto biennale di Predappio in luce, dove studiosi e storici si affrontano per chiarire quanto fosse stretto l'abbraccio del fascismo al cinema, attraverso la proiezione degli stessi film d'epoca e la mostra sui manifesti cinematografici di epoca fascista.

FASCINO DEL
CONSENSO
Il Duce conosceva il fascino e la capacità di
consenso che il cinema poteva creare, tanto che la scritta «La cinematografia è l'arma più forte» campeggia alle spalle di Benito Mussolini e di Louis Lumière, all'inaugurazione di Cinecittà. Ma è davvero esistito un cinema di regime nel Ventennio, o solo poche delle pellicole nate nei nuovi studi cinematografici voluti proprio da Mussolini, quelli di Cinecittà o dall'Istituto Luce, furono totalmente allineate al fascismo?

NELLA
CASA NATALE DEL DUCE
Trovare
una risposta a questa domanda è quello che si propone la mostra Cinema Italiano - Manifesti tra arte e propaganda 1920-1945, visibile fino al 6 gennaio nella casa natale di Benito Mussolini ( il catalogo è di XX Secolo, per informazioni www.comune.predappio.fo.it).
La rassegna, curata da Maurizio Scudiero e Massimo Cirulli, testimonia il sogno hollywoodiano dell'Italia in camicia nera attraverso
una sessantina di reperti provenienti dal «Massimo and Sonia Cirulli Archive»di New York.

MINISTRO DELLE CORPORAZIONI
All'inizio il
regime aveva sottovalutato l'impatto del cinema sulle masse, ma già nel 1931 il ministro delle Corporazioni Bottai vara la legge di sostegno all'industria cinematografica, che diventa anche una forma di controllo. In realtà, come scrive Maurizio Scudiero in catalogo, le «pellicole di chiara ispirazione ideologica al regime si contano poi in poche decine che, oltretutto, si connotano per la scarsa qualità o della sceneggiatura o della regia».

QUASI RIDICOLO
Valga l'esempio di Camicia nera (1932) di Giovacchino Forzano, che nell'
apologia sfiora il ridicolo. Ma, al di là della «genuflessioncella d'uso» al regime, il cinema italiano fra anni Trenta e primi anni Quaranta si articola sostanzialmente in due filoni: l'uno storico-mitico, teso a rinfocolare l'orgoglio patrio, l'altro decisamente incline alla commedia, trasfigurazione edulcorata della vita reale.

RICCO CAMPIONARIO
I manifesti in
mostra ne offrono un ricco campionario: dai film di Alessandro Blasetti come Un'avventura di Salvator Rosa (1940) con Gino Cervi e La corona di ferro (1941) , un vero kolossal per l'epoca, ai Promessi sposi di Mario Camerini, dalla Gorgona con il «bello» Rossano Brazzi al Conte di Montecristo con il grande attore di teatro Ermete Zacconi. Ma sono anche gli anni del cosiddetto cinema»dei telefoni bianchi»: le deliziose commedie comiche o sentimentali, da Batticuore di Camerini a Ore 9: lezione di chimica di Mario Mattoli, futuro regista di tanti film di Totò; da A che servono questi quattrini con Eduardo e Peppino De Filippo (regia di Esodo Pratelli), a Addio giovinezza di Francesco Maria Poggioli.

NASCE IL DIVISMO
Nasce il fenomeno del divismo. Le attrici più celebrate vanno dalla popolarissima Assia Noris ad Alida Valli, da
Clara Calamai, il primo seno nudo del nostro cinema, a Luisa Ferida, che assieme al suo compagno, l'attore Osvaldo Valenti, verrà fucilata per la sua adesione al fascismo di Salò. Rivederle in posa, trasfigurate magari dall'enfasi della passione, nei disegni dei cartelloni in mostra, accanto ad attor giovani come Rossano Brazzi o Massimo Girotti, o lo stesso Valenti, costituisce uno straordinario tuffo nell'immaginario popolare dell'epoca.

ICONA MASCHILE
L'icona maschile di maggior spicco in quegli anni è probabilmente Amedeo Nazzari, un sardo di
alta statura e dalla bella testa ricciuta: protagonista di drammoni strappalacrime, ma anche di quel Luciano Serra pilota. regia di Goffredo Alessandrini, che nel '38 vinse la «Coppa d'oro Mussolini «: in mostra è presente il manifesto pubblicitario firmato da Sandro Biazzi, uno dei tanti nomi della cartellonistica cinematografica, artigianato artistico spesso anonimo al quale la rassegna predappiese rende omaggio.

ARRIVANO ROSSELLINI E DE SICA
Negli anni della
guerra, oltre agli inevitabili film di propaganda, affiorano i nuovi talenti registici, da Luchino Visconti a Roberto Rossellini a Vittorio De Sica. Ma qui comincia un'altra storia: quel neorealismo italiano che presto manderà in soffitta il cinema del Ventennio.

 

 

                Panorama, set. 2005.

Por enviado por rui mendes - 16 de Noviembre, 2005, 15:00, Categoría: lecturas
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eduardo galeano

OBJETOS PROHIBIDOS     de Eduardo Galeano*

  «En toda América Latina, los filántropos del Fondo Monetario y del Banco  Mundial han multiplicado las exportaciones de carne humana.»

 13 de noviembre de 2005

 

La noche del Día de Muertos, en noviembre del 2005, Helena Villagra y yo  tuvimos que pasar, en tránsito, por el aeropuerto de Miami. Veníamos de Honduras, El Salvador y México. A la salida del aeropuerto de México, nuestras cuatro maletas fueron cuidadosamente revisadas, ante nuestros ojos, por manos enguantadas que las hurgaron hasta el último rinconcito y las despacharon a Montevideo.

Todo bien, pero la cosa no terminaba ahí. A continuación, nos tocaba el cambio de avión en Miami. Allí estuvimos unos cuarenta minutos, que raspando alcanzaron para cumplir con el calvario de las colas, los formularios,  las preguntas, las impresiones digitales, las fotos y el strip-tease previo al embarque. 

Horas después, al fin del viaje, descubrimos que dos de nuestras maletas habían sido violadas. De una, había desaparecido el candado. En la otra, había sido roto el cierre de seguridad. Adentro encontramos, a Bush gracias, una explicación. La violación había ocurrido en Miami. «OBJETOS PROHIBIDOS»: ése era el asunto. Dentro de cada valija había un impreso de la Administración de Seguridad en el Transporte de los Estados Unidos, que nos decía: «Su maleta ha sido elegida para la inspección física. Durante la inspección, la maleta y su contenido pueden haber sido revisados en busca de objetos prohibidos.» Y tenía la gentileza de agradecer: «Apreciamos su comprensión y cooperación».

Helena tiene la afortunada o desgraciada costumbre de ver la realidad antes de que ocurra. La ve mientras duerme. Dormida la vio, poco antes de que nuestras maletas sufrieran este ataque de la curiosidad oficial. Nos vio en un aeropuerto, haciendo fila, obligados a pasar, a través de una máquina, nuestras almohadas. La máquina leía, en las almohadas, los sueños que habíamos soñado. Era una máquina detectora de sueños peligrosos para el orden público. 

 

¿Qué encontraron los agentes de seguridad que abrieron nuestras maletas? Me temo que no resultaron sospechosas por lo que llevaban, sino por lo que no llevaban. Las maletas no tenían armas de destrucción masiva. Por eso merecían ser invadidas. Como Iraq. Y para colmo, ahí adentro no había   ni un solo objeto de esos que no sólo no están prohibidos, sino que son recomendables, y hasta imprescindibles, en la cartera de la dama y en el bolsillo del caballero:

Había muchos libros, pero entre ellos no figuraba la colección completa de  los discursos del presidente del planeta, que desde sus primeras piezas oratorias en Texas se ha destacado por su fina prosa, su fervor místico, su transparente honestidad y su involuntario sentido del humor.

Los agentes no encontraron, entre nuestros papeles, ningún contrato de trabajo al estilo de la empresa WalMart, modelo universal del éxito, que prohíbe los sindicatos y otras molestias enemigas de la productividad obrera. 

No encontraron ningún documento de los sabios expertos internacionales capaces de demostrar que hasta la lluvia debe ser privatizada, como ocurrió en Bolivia hasta que el pueblo la desprivatizó.

No llevábamos ningún tratado de libre comercio, de esos que dicta el todopoderoso país que jamás ha practicado ni practica semejante cosa.

Tampoco llevábamos picanas eléctricas, ni otros instrumentos de tortura necesarios para los interrogatorios que ese país sí ha practicado, y practica, para promover la libertad de expresión.

En nuestras valijas no había bandejas de MacDonald¹s ni de Burger King, ni de ninguna otra empresa consagrada a la noble misión de luchar contra el hambre multiplicando a los gordos.

Tampoco había ningún automóvil, lo que sin duda tiene que haber llamado la atención en un país donde hasta los bebés tienen permiso de conducir y desde  que nacen pueden pudrir la atmósfera sin que les suene para nada la palabra Kyoto. 

Resultaba también reveladora la ausencia de semillas transgénicas, de ésas  que están convirtiendo a los campesinos del mundo en felices funcionarios de la empresa Monsanto.

Y no menos reveladora era la ausencia de la prensa transgénica, cuyos

transgénicos periodistas llaman catástrofes naturales a los cotidianos actos terroristas de la sociedad de consumo.

Nosotros veníamos corridos por los huracanes. Habíamos estado en algunos de los países más golpeados por estas locuras, ciclones, sequías,  inundaciones, cada vez más frecuentes y más feroces.

¿Qué tienen de naturales estas catástrofes matapobres? ¿Tan perversa es la naturaleza? ¿Loca de nacimiento? ¿Perversa y loca? ¿O estamos confundiendo al verdugo con la víctima? ¿Es la naturaleza la que envenena el aire, intoxica el agua, arrasa los bosques y envía el clima al manicomio?

En Honduras, visitamos las ruinas de Copán. Éste fue uno de los reinos mayas misteriosamente derrumbados seis siglos antes de la conquista española. O no tan misteriosamente: los investigadores tienden a creer, con creciente fundamento, que esos fueron desastres ecológicos. En el caso de Copán, al menos, está claro que los bosques se habían reducido a desiertos que  daban piedras en lugar de maíz.

¿No se está repitiendo esa historia? Sólo en Honduras, el exterminio avanza a un ritmo de setenta y cinco mil árboles por día, según denuncia el sacerdote Andrés Tamayo, que vive al servicio del cielo y de la tierra.

En las Américas, y en muchos otros parajes del mundo, los bosques naturales, verdes fiestas de la diversidad, están siendo brutalmente reducidos a la nada o convertidos en pasturas de ganado o en falsos bosques industriales que resecan la tierra.

¿No podemos mirarnos en el espejo de los tiempos pasados? ¿Será la memoria un objeto prohibido?

El desastre del ciclón Stan en Chiapas se hubiera reducido a la mitad, afirman los entendidos, si esa región estuviera todavía defendida por sus bosques. En Cancún, donde Wilma no dejó nada en pie y vació de arena las playas, los inmensos hotelones del negocio turístico habían aniquilado las dunas y los manglares que protegían esas costas.

¿Y los otros huracanes? Esas imparables ventoleras que arrastran gentíos desesperados desde el sur hacia el norte, ¿son catástrofes naturales? En Tegucigalpa, en San Salvador, en Oaxaca, vimos largas filas de mujeres descalzas, cargadas de niños, venidas de aldeas lejanas, ante las casas de cambio. Ellas esperaban el dinero enviado, desde los Estados Unidos, por el marido, el hermano o el hijo.

Las desgracias se disfrazan de fatalidades del destino y dicen ser

naturales. ¿Es natural que un país condene a sus hijos más pobres a jugarse la vida y a perseguir la esperanza al precio de la humillación y el desarraigo? 

En toda América Latina, los filántropos del Fondo Monetario y del Banco Mundial han multiplicado las exportaciones  de carne humana.

¿Emigrantes o expulsados? Muchos de los idos, los llamados mojados, caen en el camino, por sed o por bala, o regresan mutilados a sus pueblitos de origen. 

Los que sobreviven y llegan al prometido paraíso, se desloman trabajando en lo que sea y como sea, día y noche, para que sobrevivan, allá lejos, en el país que los expulsó, sus familias despojadas de tierra y de comida.

Dura odisea. 

Ellos también son objetos prohibidos.

   Eduardo Galeano

Periodista y escritor uruguayo, autor de Las Venas Abiertas de América Latina, La canción de nosotros,  Días y noches de amor y de guerra, Las palabras andantes, El libro de los abrazos,  entre otros.

Fuente: www.altercom.org/article130908.html

Por lobitogabriel - 16 de Noviembre, 2005, 14:59, Categoría: lecturas
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Alberto J. Lapolla

Control y privatización del pensamiento en la Argentina neocolonial

Alberto J. Lapolla
Umbrales

Mi mujer no tiene ningún problema en salir a vender limones por la calle con tal que yo no tenga que vender mi melón [cabeza]’. Dante Panzeri

Pensamiento privado

Recientemente, el día 25 de agosto de 2005, el Honorable Senado de la nación aprobó la Ley de Mecenazgo, en su nueva versión presentada por la senadora justicialista por Mendoza M. C. Perceval. El proyecto anterior elaborado por el diputado alfonsinista Luis Brandoni, que fuera aprobado por ambas cámaras en 2001, fue vetado por el habitante de la Rosada de entonces -De La Rúa- debido a que ‘los coleccionistas y empresarios se opusieron a la designación del Fondo Nacional de las Artes como evaluador y regulador de la entrega de donaciones a sus destinatarios, lo que impedía que las empresas eligieran dónde colocar los aportes’.1 En esta nueva versión se respeta el derecho de los empresarios a poner el dinero que subrogan del Impuesto a las Ganancias -hasta un 3% del total correspondiente- en los proyectos que acordarán con la Secretaría de Cultura, el Fondo Nacional de las Artes y los representantes de las fundaciones y asociaciones amigas de los museos -es decir los representantes de los mismos empresarios. Como el aporte es voluntario queda claro que si los empresarios no gustan del proyecto a acordar con incorruptibles funcionarios, no aportarán un mango.

Pese al entusiasmo de algunos, queda claro que de lo que se trata es de un avance en la privatización del pensamiento y la producción cultural. En un país como el nuestro que ha sido devastado por la privatización masiva de su vida entera. Los servicios públicos, la energía, el petróleo (único país en el mundo que entregó su petróleo a otro país -su antigua metrópoli imperial- sin ser invadido militarmente), el gas, la libre circulación por los caminos, el agua, los aportes previsionales, la salud, la educación, las rutas, los aeropuertos, la seguridad, su aerolínea de bandera, los silos y puertos de embarque. De hecho la vida misma de los argentinos se ha privatizado. Es decir tiene dueños, que por supuesto no somos nosotros. Esta política se grafica en los terribles resultados que hoy muestra nuestra Patria, luego de más de quince años de privatización masiva de su sociedad. Con su 50% de población bajo la línea de pobreza, pese a que producimos más de 3.000 kg. de alimentos por año y por habitante -la mayor tasa del mundo. Con sus casi seis millones de indigentes, sus 4.5 millones de desocupados y los 4 millones de subocupados. La política de la privatización masiva ha devastado la nación. Su extensión a los ámbitos culturales y del pensamiento -ya bastante controlados por el capital privado- producirá efectos similares. Tal vez comparables al estado cultural del pueblo norteamericano, de donde sus mentores replican esta política. Población -la yanqui- que bueno es recordarlo, en un 60 % de la misma desconoce la ubicación del Océano Atlántico, el 50% de sus habitantes ubican a Irak en África, el 60 % de ella cree que la Teoría de la Evolución es un invento comunista, y en correlato otro 60 % cree en la existencia del demonio.

Pan y circo para el pueblo. Museos caros para las señoras ya no tan gordas

Este proyecto sigue la misma línea que promulgara el gobierno de La Alianza y antes el menemismo, que busca centrar la producción cultural en el manejo del mercado. Es decir en ‘lo que sea vendible’, según decidan los dueños del mercado. Lo que señalara hace algún tiempo un colaborador de ex secretario Lopérfido ‘debemos lograr ser como Hollywood’. Dichas estas palabras en medio de la colosal crisis del año 2002, cuando millones de argentinos vivían de recolectar basura y de comerla. En el mismo programa del canal oficial, los especialistas culturales allí reunidos apostrofaron a los que contraponíamos la ‘cultura’ hueca y vacía con el hambre del pueblo. ‘Parece que sólo se pudiera hablar del hambre’, dijo una ex funcionaria delarruista, en momentos en que sus compatriotas comían basura o esperaban las sobras de los Mc Donalds. Claro ella no puede entender que el hambre es cultura, o que ella es cómplice de la cultura del hambre. Y cree que se puede hacer ‘cultura’ para la élite prescindiendo de los hambrientos, ‘total pobres hubo siempre’ y no suelen ir a la ópera, ni al Malba, ni al Museo de Bellas Artes.

¿Será así? ó ¿cuándo los pobres pueden, van a escuchar ópera, ven las obras de Dalí o de Picasso, leen a Neruda a Borges, a Lorca, a García Márquez y construyen su cultura día a día?. Por lo menos así lo muestra el potente arte popular, piquetero, campesino y social que hoy produce nuestro pueblo, como forma de resistencia al hambre y al genocidio social a que lo somete el poder colonial que gobierna la Argentina desde 1976. Es bueno recordar que casi durante más de 50 años la industria editorial argentina fue ejemplo para el mundo con sus publicaciones de clásicos y novedades a precios populares y ediciones masivas. Hoy el libro, la revista y el periódico son artículos de lujo. En esta política se inserta el sistema de mecenazgo: lograr el control sobre la producción y el pensamiento de la cultura nacional para reproducir y sostener el sistema de dominación colonial vigente en la nación sin la aparición de los tan molestos intelectuales críticos argentinos y latinoamericanos que no aceptan trabajar para el pensamiento único de las multinacionales. Tampoco aceptamos ser cómplices complacientes del sojuzgamiento de nuestro pueblo.

Hecha la ley...

Para elaborar la ley ‘fueron consultados la Fundación Teatro Colón, el Malba, las asociaciones de amigos del Museo Nacional de Bellas Artes y del Centro Cultural Recoleta y destacados coleccionistas’.2 Cuando la misma fue aprobada por el Honorable Senado ‘estuvieron también en el recinto el secretario de Cultura, José Nun, el titular del Instituto Nacional de Cinematografía, Jorge Coscia y representantes de la Fundaciones Konex, Espigas, Amigos del Museo de Bellas Artes, del Teatro Colón, ArteBA, Malba, la Asociación Amigos del Centro Cultural Recoleta y la Academia Nacional de Bellas Artes. 3 Es decir todas instituciones con financiamiento privado que de hecho implican una privatización -o apropiación para ser más exactos- por parte de dichos intereses sobre bienes culturales públicos, tal como denuncian permanentemente los empleados del Teatro Colón y de otros teatros oficiales cuyos jerarcas están deseosos de privatizar -y de ser posible de quedarse ellos con la privatización. En la misma línea Mauro Herlitzka director de Arteba señala ‘países como Brasil, México y Chile tienen leyes similares con las que han salido a posicionar el arte y la cultura en el mundo y que, al mismo tiempo, sirvieron para consolidar el campo cultural interno.(..) pero la relación entre el beneficiario y el beneficiado tiene que ser biunívoca. De lo contrario se fomentaría una burocracia intervencionista improcedente a esta necesidad.’ 4

Otra vez surge la descalificación al control estatal, sin ningún argumento, simplemente por descalificación al estilo del ‘por algo será’. Tal como si la tragedia argentina que vivimos hubiera sido producida por una invasión marciana o un Tsunami y no por el festival privatizador del infame riojano. Es la misma política que lleva a enrejar -y tal vez privatizar- las plazas y parques de la Ciudad de Buenos Aires. Es decir la cultura será para quienes puedan pagarla. En otras palabras será para los mismos dueños de todas las cosas de la nación. Al tremendo escenario producido por la destrucción de la educación pública en los niveles primario y secundario, al brutal crecimiento de la educación superior privada con cuotas al nivel del bolsillo -hay institutos con azafatas y servicio de bar cinco estrellas-, unido al fuerte deterioro y privatizacion encubierta de las universidades nacionales, con el consiguiente correlato de crecimiento del analfabetismo, la desculturización, la deserción escolar masiva, la pérdida evidente de lenguaje y la brutalización que la miseria, el desempleo, la marginalidad y la desescolarización están produciendo en la juventud. El 98 % de la población carcelaria de la provincia de Buenos Aires tiene menos de 28 años. Es decir están en la cárcel cuando deberían estar en la escuela. Ni siquiera poseen ya el paliativo socializador del servicio militar. A todo esto se suma ahora la privatización de la producción cultural e intelectual.

En un país -a uno le cuesta decir Nación- que posee el 99% de sus radios, diarios, televisoras y revistas de todo el país en manos de un par de grupos empresariales y sus distintas asociaciones. Es decir vemos, oímos, escuchamos, nos informamos y pensamos como dos grupos empresarios desean que lo hagamos. Ahora se trata de cerrar la última ventana libre que aun restaba o podía restar. En una nación sojuzgada por un poder mafioso que emana de un sistema económico mafioso, saqueador y depredador que se propaga como un tumor tumefacto por el resto de la sociedad, ¿cómo hará el pensamiento crítico para expresarse?. ¿Quién financiará las investigaciones que muestren la brutal concentración de la economía, la riqueza y los bienes en nuestra sociedad? ¿Quién estudiará los efectos de la pobreza y la marginación sobre nuestro pueblo? ¿Las mismas empresas y empresarios que lo producen?

Nada fuera de control

Es tal la movida, que ningún detalle se deja al azar: el diputado de la Ciudad Jorge Giorno -ex tesorero del Concejo Deliberante de Grosso- acaba de asumir la Presidencia de la Sade, la Sociedad Argentina de Escritores. Pese a no tener antecedente alguno como hombre de letras. Pero aunque suene a una boutade en estos tiempos de política pornográfica, la movida de Giorno tiene su lógica -pese a que seguramente el difunto Carlos Paz ex digno presidente de la SADE muerto durante su ejercicio, se revuelva en su tumba. El poder económico gobernante, del cual Giorno es un incondicional -Giorno apoya en la Ciudad la candidatura presidencial de Jorge Sobisch, mascarón de proa de las multinacionales petroleras-, lo necesita para que no haya oposición en la Sade al proyecto de mecenazgo cultural que propician las grandes empresas para terminar de sojuzgar el pensamiento nacional.

El tema de fondo es si la cultura es un producto social del pueblo, en un momento histórico dado y como tal una construcción histórico-social de mayorías que como tal pueda ser consumida, o si la misma es sólo observada desde la perspectiva del negocio, la empresa y la tasa de ganancia, pensada como material de consumo y esparcimiento de las clases propietarias y altas de la sociedad. La ley de mecenazgo viene a profundizar el carácter cada vez mas privatizador de la cultura nacional. Hay que recordar que en nuestro paíis las privatizaciones fueron una catástrofe, tanto en lo referido al funcionamiento de las empresas tales como ferrocarriles, aguas, subterráneos, puertos, aerolíneas, flotas, etc., como particularmente en los efectos sociales y económicos que las mismas acarrearon como señalamos más arriba. La privatización de la cultura, que el mecenazgo empresarial trae aparejado, hará que nuestra cultura no sólo posea un Barrio llamado Palermo Hollywood, sino que producirá sobre nuestra identidad, el mismo control absoluto que el complejo militar-industrial norteamericano ejerce sobre la producción hollywoodense. La cultura es un bien del pueblo y no de las empresas, por ende las empresas deben pagar sus impuestos -y algunas deben volver a manos del estado dejando su ganancia en manos de la nación- y el Estado -representante del pueblo y de la Nación frente al poder económico- debe destinar los fondos, estímulos y políticas necesarias para su promoción adecuada en democracia e igualdad.

Causas y razones: una política inalterable

Es bueno recordar que ya hace unos cuantos años, allá por 1977-1978, la ultraderecha norteamericana dispuesta a ‘no ceder un centímetro más al socialismo en ningún lugar de la tierra’ 5 replegándose ferozmente sobre América Latina luego de su derrota en Viet Nam, y con el continente latinoamericano sublevado, estableció cual sería su programa para domesticar, dominar y reconstruir a la fuertemente antiimperialista intelectualidad latinoamericana. Estos planes expresados sin disimulo alguno, conocidos como los Documentos de Santa Fe I y II, son la base de la emergencia de la contrarrevolución conservadora conducida por R. Reagan, M. Tathcher, H. Kissinger, G. Bush padre y Juan Pablo II -previa eliminación de Juan Pablo I. En dichos documentos se explicitaba especialmente qué hacer con la intelectualidad latinoamericana.

Ya que para el Tío Sam dicha intelectualidad era casi ‘la quinta esencia del mal’ o como gustaba decir al criminal genocida Ibérico Saint Jean ‘era intrínsecamente perversa’. Ya que dicha intelectualidad latinoamericana era especialmente antinorteamericana -antiimperialista-, estaba fuertemente influida por el marxismo, el nacionalismo, un pensamiento históricamente latinoamericanista libertario y Quasi socialista -inspirada en toda la lucha de masas armadas y sublevadas del siglo XIX, el Arielismo, la Reforma Universitaria, la Revolución Mexicana, la neutralidad Yrigoyenista, el antipanamericanismo de Argentina (incluso de su oligarquía), la solidaridad activa con Sandino, el repudio generalizado del continente al robo de la mitad del territorio mexicano, la solidaridad con Colombia ante la sustracción de Panamá, el repudio a las más de 50 invasiones norteamericanas a América Central, la Revolución Peronista con su Tercera Posición y su propuesta de Unidad Latinoamericana. Para colmo luego la Revolución Cubana, la revolución Chilena y los ejemplos indestructibles de Salvador Allende y la montaña moral y ética del Che. Para completarla los sandinistas volteaban al que el Departamento de Estado consideraba ‘su hijo de puta propio’ 7, el criminal Anastasio Zomoza. Es decir el pensamiento típico latinoamericano unido homogéneamente alrededor de un idioma común, una religión sincréticamente común, una cultura común, una larga lucha común y la unidad genética que produjeron los 1000 años del Incario fundante desde Panamá hasta Mendoza, producían un fuerte pensamiento antinorteamericano, hispanoamericanista, socialista y antiimperialista.

El enemigo a extirpar

Los documentos advertían en particular, que la mayoría de nuestros intelectuales -palabra hoy reemplazada por la de profesionales exitosos ya que al mirar particular yanqui los ‘intelectuales son vagos y saben de todo pero de nada en particular’ 6 - no tenían casi relación alguna con las empresas privadas, sino que vivían de forma independiente a través del trabajo universitario, la docencia libre, la investigación periodística independiente o free- lance y de la abundante producción periodística independiente y antiimperialista que abundaba masivamente en el continente y que hoy !Oh casualidad! casi ha desaparecido. Los jefes del Think Tank republicano se propusieron entonces, remodelar la intelectualidad latinoamericana atacando las raíces del problema -para los norteamericanos, claro está. Señalaron entonces la necesidad de tener una política para transformar a los intelectuales críticos de América latina en exitosos profesionales. Avanzaron en la privatización masiva del poderoso sistema estatal de enseñanza latinoamericano, desarrollando un gran número de universidades, institutos y escuelas privadas y exclusivas, separando a los hijos de la clase alta del contagio con el pensamiento crítico en las universidad estatal.

Trataron de vincular económicamente a los intelectuales latinoamericanos con las empresas privadas norteamericanas a través de becas, subsidios, asesoramientos muy bien remunerados y fundaciones que orientan y conducen el pensamiento a través del mecenazgo. Vale aclarar que tuvieron mucho éxito: muchos intelectuales fueron cooptados por el aparato imperial y hoy desdicen y contrafundamentan desvergonzadamente sus posiciones de los ‘60 y los ‘70. Los más jóvenes en general ni siquiera se enteran de que se trata, y compran alegremente el papel ridículo y antipensante que les han vendido las multinacionales, las cadenas de medios y las escuelas de periodismo, subsidiadas por el Banco Mundial y las fundaciones. Para los que no lo aceptan: el ostracismo, la marginación, el silencio, la soledad. Sino, ser parte de los 400.000 latinoamericanos asesinados por los EE.UU., y sus gobiernos cómplices en América Latina desde 1960 a la fecha. El último esta semana: el líder independentista portorriqueño Filiberto Ojeda Ríos, de 72 años, luchador histórico y jefe del Ejército Popular Boricua ‘Los Macheteros’. Asesinado impunemente por el FBI, aprovechando la cortina producida por el huracán Katrina.

Si hasta ahora fue difícil publicar o acceder a los medios de expresión de masas para los intelectuales críticos, después de la ley de mecenazgo seguramente será imposible. Tinelli, Susana, Mirta, Gerardo, Echecopar, Grondona, Mauro, Haddad, Clarín, La Nación y Página reinarán sin los contratiempos del pensamiento crítico, siempre molesto en la Argentina y América Latina.

‘Lo mismo el trabajo(..) Yo nunca pertenecí a esa mentalidad, yo he trabajado de mozo de café, he trabajado en todos los oficios, en la barraca Furman, de ayudante de clasificador de lana, tirando los lienzos; no he tenido esa cosa, llevada hasta ese extremo, de la jerarquía. Cuando en realidad es mucho más honroso, pero tal vez porque yo me hice una composición de lugar: yo había nacido con dotes de periodista, pero me di cuenta que como periodista tenía que hacer de alcahuete del periodismo y yo quería ser libre; entonces me convenía ser mozo de café antes que periodista. Porque de mozo de café no comprometía mi libertad, y en cambio si trabajaba de periodista, tenía que escribir lo que estos hijos de puta me hacían escribir y terminar después por acostumbrarme, sugestionarme y convencerme de que estaba bien. Porque este mismo muchacho que es un tipo decente, que yo lo quiero mucho, que está bien orientado ideológicamente, va a un periódico y tiene que escribir lo que le encargan aunque no le guste. !Ah, no! Yo ajustando tornillos no comprometo mi libertad intelectual...’ Arturo Jauretche 8


Notas

1.- Clarín 17-08-05
2.- Clarin 24-08-05
3.- Clarín 24-08-05
4.- Idem anterior
5.- Idem anterior
7.- Palabras del Presidente Teodore Roosevelt respecto de Anastasio Somoza
 8.- JauretcheArturo, Escritos Inéditos. O.C. T6.Corregidor

*Artículo publicado por la revista Umbrales de Córdoba . 30-09-05

Noticia de Rebelión enviada por TERESA DEL VALLE DRUBE

Por publicada en rebelion - 16 de Noviembre, 2005, 14:52, Categoría: lecturas
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bertha sanchez, mexico

CUARTO DE HOTEL

Será EL sereno, pero el caso es que en estos días de muertos a mí no me gusta salir. Corren leyendas por nuestras calles de la Llorona, de fantasmas y de una y mil apariciones, claro que yo no creo en eso, pero uno debe tomar precauciones, sobre todo en estos días donde se presta al regreso de las ánimas, ya atraídas por las ofrendas o ya invocadas, como sea, les repito que a mí, en lo personal, no me gusta salir a ningún lado y suelo encerrarme en casita, pero mi mujer, estaba dale y dale con que quería pasar la noche de muertos en la Isla de Janitzio ¿ hasta allá? Pregunté sorprendido, sí, me contestó ella, es la tradición mexicana acudir a esos sitios la noche del día 1ero de noviembre. En fin, ya le había dicho que no, pero ante tanta insistencia, Pancha, mi mujer, se salió con la suya e hizo que comprara los boletos de autobús, primero para Pátzcuaro, y luego que contratara un viaje  para la Isla en esa noche de celebraciones.

Desde el primer día padecimos de las incomodidades de quienes viajan al mismo tiempo que miles de turistas de todo el mundo, y es que no teníamos ni idea, pero llega gente de todas partes del extranjero, sobre todo Francia, Alemania e Inglaterra, en donde sus tradiciones de muertos son muy distintas y les llama poderosamente la atención estas celebraciones en México.

Como les digo, no había pasaje, no había hospedaje, no había lugar donde sentarse en los restaurantes. Todo estaba carísimo y sucio, lleno de basura, sin los suficientes sanitarios públicos y con mucha gente, sobre todo adolescentes, festejando con vasos llenos de alcohol por las calles de la ciudad.

Como el tour costaba 350 pesos y yo tengo un empleo de burócrata y presupuesto reducido, decidimos que sólo compraríamos un boleto y que iría Pancha. Ella le entusiasmó esa idea y para nada me dijo que me extrañaría, debí suponerlo; después, me dediqué a buscar un cuarto de hotel y fue como encontrar una aguja en un pajar, ya que todos, caros y baratos, estaban a reventar, habiendo sobrepasado el lleno total, hasta con camas en los pasillos, pero no me di por vencido sino que busqué y busqué hasta que encontré un hotel llamado “ San Gabriel”, al principio me dijeron que no tenían habitaciones, que todo estaba lleno, pero insistí y entonces una Señora que estaba de “oyona”, se le salió decir: Pues sólo que quiera el cuarto embrujado… ¿ cómo está eso? Pregunté, y las chicas encargadas me dijeron muy serias que en efecto, ese cuarto no lo asignaban a nadie porque sucedían cosas extrañas en las noches. ¿ Pregunté cuanto rentaba y me dijeron? Es más barato, como nadie lo quiere… ¿ cuánto? Volví a preguntar y me contestaron: 200 pesos..

Pensé que se habían equivocado, esa noche no había cuartos tan baratos, el más económico y en un hotel de ínfima categoría, me habían dicho que costaba 450 así que no lo podía creer, me lo repitieron y les dije que lo aceptaba con todo y fantasmas.

A ellas no les gustó mi broma pero me dieron la llave del cuarto no. 8, quedaba al final del pasillo principal, pasando primero por un patio colonial rodeado de flores, macetas y en cuyo centro había una fuente, sin agua, cabe aclarar.

Entré en el cuarto. Era pequeño y encendí las luces. Había una cama matrimonial de cabecera de metal rojo desgastado y tenía dos colchones que se notaba a leguas no habían sacudido y con las mismas  sábanas de mucho tiempo. Al lado había otra pequeña cama y en frente el televisor y dos muebles, uno que parecía sillón de mimbre con un cojín verde olivo y otro, que se asemejaba a un tocador de madera. Tenía un clóset muy antiguo, el cual rechinaba al abrirlo y cerrarlo y en cuyo interior se encontraba una luna del tamaño de una persona, la cual sólo se sostenía al estar recargada en la pared. Cerré este mueble ya que me disgustaba verme tan gordo y sucio del viaje y además porque pensé era probable que en un descuido el espejo se estrellara, lo que agregaría más años de mala suerte a mi ya mala fortuna. Por eso no desempaqué ni colgué nada, dejando las maletas a un lado de la puerta. El lugar estaba alfombrado con un tapete verde seco y se veía polvo por todas partes, aunque no basura. El baño estaba a la izquierda de la cama y era muy pequeño.

Me senté en el sillón y salieron corriendo varias arañas, encendí el aparato de televisión con el control que me habían prestado en la gerencia pero este nunca agarró la señal, viéndose todos los canales en puras rayas horizontales.

Me di por vencido de tratar de ver algo para distraerme y fue entonces que empezó a moverse el foco del techo como si hubiese aire; me fijé y no había corrientes que provocaran tal movimiento. No tardó en prenderse y apagarse varias veces.

Me salí de inmediato y fui a quejarme del servicio a la administración. Ya no se encontraban las muchachas, sino un tipo siniestro y en-chamarrado que se me quedó viendo sin prestarme atención. Después de escucharme me dijo: Por eso no alquilamos ese cuarto, ya sabemos que tiene problemas ¿ qué tipo de problemas? Le pregunté. Fantasmas, sí, ahí hay difuntos que regresan a dormir, y más esta noche de muertos.

Me enfadé y le dije que los desperfectos nada tenía que ver con fantasmas, que no había luz y la televisión no encendía. En forma paciente, me acompañó a revisar el cuarto y qué curioso…cuando el tipo probó la luz servía y la televisión también, me reí nerviosamente y él se salió sin darme la oportunidad de disculparme. Como ya era tarde, saqué algunos alimentos que había traído desde México para cenar ahí y ahorrarme la cena en un restaurante, ya iba a sentarme a comerlos cuando pensé; sería mejor si antes me diera un baño, estoy muy sucio. Como ya eran casi las diez de la noche y no sabía a qué hora Pancha regresaría, pues me metí al baño para darme prisa, pero al entrar ya había una nube de vapor que lo cubría todo. No me pude explicar esto ya que no había nadie ahí para provocarlo, era como si alguien hubiese acabado de tomar un baño caliente. No quise estarme fijando en tantas cosas y además mi cansancio me impedía pensar con claridad. Seguro que debía haber una explicación lógica para esto, como que los empleados habían dejado abierta el agua, la cosa fue que me estaba bañando cuando dejó de caer el agua y me quedé enjabonado. Muy enojado  salí y  resbalé aún con las chanclas puestas, con lo que me di un golpe en la parte posterior de la cabeza.

Por fortuna, no perdí la conciencia y me pude arrastrar a gatas hasta la cama, donde me tendí ya sin secarme y sin ponerme ropa. Pasaron unos minutos y sentí que me estaba congelando. En estos lugares de la rivera del Lago suele hacer frío por las noches, además ya era noviembre.

Me medio vestí y me metí a la cama sin haber cenado. Después de tantas dificultades hasta el hambre se me había ido. Di vueltas y vueltas en la cama y no conseguía dormirme. Encendí la televisión y otra vez puras rayas, encendí la luz y se prendía y apagaba caprichosamente, por lo que opté por dejarla apagada. Volví a la cama y sentía las cobijas pesadas, las conté, eran tres además de la colcha, traté de quitármelas de encima pero no lo lograba ya que se me resbalaban de las manos como si fueran de metal en lugar de lana. Por fin me quedé quieto y miré para la otra cama, me imaginaba cuánta gente debía de haber dormido ahí antes que yo y cuántas cosas habrían sucedido, noche tras noche, en un cuarto de hotel, y entonces razoné: No es que esté embrujado, es que tiene muchas historias entre sus sábanas.

Con esta idea traté de dormirme pero tampoco pude; permanecí en vela hasta la madrugada, cuando escuché los pasos de Pancha, quien se acercó a mí, me dio un beso y al ver que no estaba dormido, me dijo: Ay, cariño, no sabes de lo que te perdiste, otro día será que puedas tú también ir y ver cómo celebran estas gentes a sus difuntos, es todo un espectáculo, buenas noches,

Y diciendo esto, se metió conmigo en la cama y se quedó dormida.

Bertha Sánchez

Noviembre de 2005

Pátzcuaro, Michoacán

Por lobitogabriel - 16 de Noviembre, 2005, 4:50, Categoría: cuento
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ruben vedovaldi. argentina

¿OPTIMISMO INGENUO, PESIMISMO HIPÓCRITA o PEQUEÑAS VERDADES CAMBIANTES DE LA JODIDA REALIDAD?

La historia no comienza con el Big Bang, o con el pitecantropus que se para en dos pies peludos  y agarra el palo para empezar a tener razón. La histeria de nuestra humanidad y de nuestra inhumanidad  siempre comienza aqui y ahora. Todo lo que ha sido y será comienza en mi, parte de mi en este instane o viene a mi mente en este momento. Todo depende de cómo me sitúo y concibo lo que nos sucede en función de lo que yo en primer lugar necesito y deseo aquí y ahora.

Confirmar el instante no supone olvido posmoderno, ligereza light o egoísmo. No se trata de  antropocéntrismo machista narcisista, espontaneista, pequeño-burgués, incapáz de mirar más allá de mi bonito ombligo alienado. No hay notario, escriba o historiador que a la hora de racontar o poner los números y el nombre de las cosas en el borroneado inventario o tachado y enmendado libro de asiento, no se mueva en función de una pulsión interna o externa, sea de sus tripas que piden comer o cagar, o del patrón editor o del gobierno de turno que lo apura y si no escribe la historia oficial que le manda, lo va a despedir , encarcelar o decapitar.

Toda revición reacomoda el pasado para un intento de reacomodar el presente. Y aún aquellos jóvenes estudiantes universitarios, Karl y Fredrik,  que se pusieron del lado de los trabajadores reunidos en asamblea internacional, ayudando a redactar aquel Manifiesto; expresando qué les pasa y qué piensan hacer los trabajadores, aún ellos no pudieron decir toda la verdad sino que ,empujados por los acontecimientos, tuvieron que manifestar la verdad de los que trabajan, la verdad de los oprimidos que desmintiera el discurso del opresor o el decurso fáctico manifiesto de la realidad feudal en plena revolución industrial. Nunca la realidad es la única verdad.

¿Y qué le digo a la historia desde mi aquí y ahora? No le puedo decir tan facilmente: "ganó el Mercosur, murió el ALCA". No le puedo afirmar: gana el kirchnerismo y pierden los clientelistas y los inadaptados. No le puedo decir:" ya llegará el desbloqueo a Cuba, la democracia a Irak, ya se hará justicia con los genocidas, ya triunfarán la verdad y la justicia de la otra historia, la voz de los que no tienen voz, el puño de los que no tienen bomba atómica sino piedra y gomera, la mirada de los que no pueden ver porque el poder-joder ha tapado el horizonte con vallas policiales y massmediáticas, con gendarmería, con barrios vip cercados por seguridad privada, fuera los pobres, fuera los desocupados,  en fin."  ¿Qué le digo a la muerte, tantas veces llamada a mi lado que al cabo se ha vuelto mi hermana?

No puedo decir: la historia absolverá a Fidel y condenará a los que hoy arrasan con todo y mañana el mundo entenderá al subcomandante, o los indios tendrán derechos o los discapacitados o las mujeres pobres, o los homosexuales o los sin tierra o los presos periodicamente masacrados o los polizontes y negros parias que se mueren de hambre a las puertas de Europa tendrán derechos e igualdad de oportunidades.

No podemos hacer declamación universal de los derechos humanos cuando figuran solamente en la letra escrita y en el discurso de la mal llamada Asamblea General, pero se traicionan en los hechos.

Hechos de cada día, de aquí y ahora, no mitológicos hechos de los apóstoles, no lo que predican los adventistas, los mormones, los evangelistas,  los testículos de Jehová, sino lo que hacen los halcones.

 No puedo confirmar lo que vende Cancillería en discurso populista para la gilada televidente, olvidando lo que hacen y deshacen allá afuera, allá arriba, cuando  fornican entre ellos en la gran festicholade los pocos elegidos.

Aquí y ahora, yo estoy discapacitado, tengo 53 años, sobrevivo como quioskero monotributista, sin medicina pre paga, sin asesoría legal, sin vacaciones, sin créditos para la pequeña empresa, si, con burocráticas trabas para gestionar un pase libre en colectivos, sin palenque ande ir a rascarme,  sin compactera, sin DirecTV, sin videocasetera, sin teléfono fijo ni móvil porque no los puedo mantener, sin casa propia. Poeta pobre de verdad, sin oficina de prensa y difusión, sin lugar en la vidriera best seller de las editoriales, sin stand en la Feria del autor privilegiado al lector privilegiado, sin lobby para que me traduzcan y "vender" mi poesía en el mercado de otras lenguas, sin balas en el tambor del chumbo para el tiro del final.  ¿A qué confortable  Motel puedo llevar hoy a una muchacha y cuánto tiempo tengo para hacer el amor con ella, sin que entren en nuestra cama los dientes más feroces de la realidad con su pérdida del poder adquisitivo, con sus formadores de precio y desprecios, sus discriminaciónes, su invasión, su exclusión, con su clase A, clase B, clase C sin vitaminas y desclasados?

Sigo votando a la izquierda que ya ni siquiera puede mantener sus escasos votos tradicionales y encima es criminalizada por el poder-joder, señalada siempre por los medios como los que quieren romper la valla, los provocadores de desorden, los que  en los setenta asaltaban comisarías y mataban soldados y ahora queman estaciones de trenes y roban alfajores, los que tiran piedras a la mejilla del comisario, que se hace la víctima como Franchiotti después de asesinar a Santillán y Kosteki.

Cada vez hay más pobres y cada día cuesta más ser pobre.. Tomar conciencia de pertenecer a la clase subocupada y bajada al margen. Comprar a los productores más pobres y no a los más ricos; apoyar a los artistas sin aparato de mercado y publicidad, apoyar a los políticos o vecinalistas sin banca privada, a los deportistas sin cotización en el gran negociado mafioso, permanecer socialmente ligado a los más que pueden menos y no a los menos que pueden-joden más.

Siempre estamos obligados a elegir u optar, no sólo en la dudosa opción de las urnas, sino todos los días, pero no hay buenos de un lado y malos del otro.

¿El piquetero blando es bueno y el piquetero duro es malo o el piquetero duro es bueno y el piquetero blando es malo? La verdad de cada instante no es tan simple. ¿Por qué los manifestantes no pueden evitar infiltrados de los servicios que se adelantan, queman, destrozan y desaparecen y pudren todo el trabajo de la base auténtica?

Muchos sindicalistas hablan para que la patronal les dé buena vidurria, no porque se jueguen la vida por sus compañeros. Y cuando la patronal los compra, ya no bajan al pueblo para la marcha, para la medida de fuerza, para apoyar la ocupación de una fábrica vaciada, sino para frenar lo que ayer compulsaban.

Hay maestras que aún en la escuela pública, cuando ascienden o para ascender, ya no luchan como antes, ya no se ponen del lado de los reclamos sino del lado de la conciliación o de la traición a sus compañeros.

El gran garca no siempre es el más poderoso, todos podemos ser pequeños traidores y/o pequeños traicionados. El que miente no es, como quisiera nuestra tendencia a reducir y simplificar, el más encumbrado portavoz oficialista. Todos podemos ser pequeños mentirosos, enanos falsarios o mínimos cómplices grises de la pequeña mentira ni blanca ni negra.  Todos fuimos hijos o entenados de la pavota. Todos vimos alguna forma de abuso de autoridad y no siempre hemos intervenido para defender al abusado o a la abusada.  Todos hemos sido mirados a los ojos por una niña o un niño interrogante  y no siempre tuvimos el valor de decir la verdad o de hacer lo que es justo.  No era verdad lo que pensaba Sarmiento en el Facundo:  civilización por un lado y barbarie por otro. Los que el sanjuanino aspirante a presidente creía civilizados, resultaron la peor barbarie contra toda Latinoamérica. Las ideas no se matan pero la picana y el electroshock en las neuronas corticales y la Escuela de las Americas no se aplican para "educar al soberano".

 

Rubén Vedovaldi

 santa fe, argentina

Por lobitogabriel - 16 de Noviembre, 2005, 4:40, Categoría: lecturas
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